Slovenia: per chi ha voglia di…verde!

Avevamo solo pochi giorni di ferie nel periodo natalizio, ma volevamo sfruttarli al meglio.
Le mete proposte erano per la maggior parte quelle classiche di montagna o dei mercatini di Natale più famosi, ma vuoi mettere la gente? e il traffico? No no. Abbiamo bisogno di tranquillità, di rilassare la mente, di staccare da tutto. Quali sono i colori che psicologicamente fanno stare meglio la mente? Azzurro e verde. Bene! Per l’azzurro è facile, basta guardare il meteo e scegliere una meta soleggiata in quei giorni, ma per il verde? Dopo una breve ricerca su Google sulle regioni più verdi d’Europa, ecco la soluzione: la Slovenia! Qualche anno fa avevamo già avuto modo di visitare la sua capitale Ljubljana, ma per noi era ancora un Paese tutto da scoprire.

Kranj – Zgornja Besnica

Come ho già avuto modo di esprimere più volte, non condivido la spasmodica ricerca, nata con l’era dei social, della bandierina in più da inserire nel proprio profilo.
Incontro sempre più persone che, pur di aggiungerla, organizzano tappe “toccata e fuga” in uno Stato solo per dire di esserci stati…ma non si può dire di conoscere l’Inghilterra dopo aver visitato Londra per un weekend e nemmeno la Francia dopo aver preso un volo per Parigi.
Anche l’Italia non è Roma o Milano, è fatta di tante piccole culture locali, di paesaggi naturali, di tradizioni…
Così abbiamo deciso di tornare in Slovenia e di provare a conoscerla come piace a noi.
Mettiamo giù un po’ di tappe, carichiamo Vanni e si parte!
Decidiamo di seguire un po’ lo schema dello stemma posto sulla bandiera slovena: partiamo dal basso, dal mare, per poi dirigerci verso l’interno e raggiungere le montagne.

Poco prima del confine incontriamo i cartelli che ci ricordano di acquistare il bollino per le autostrade slovene. Costo per una settimana: € 15. Sempre se si vogliono percorrere le autostrade! Ma voi ormai ci conoscete, noi amiamo molto i viaggi “slow”, amiamo scegliere sempre la strada più lunga proposta dal navigatore, amiamo attraversare piccoli paesi sconosciuti al turismo di massa, amiamo fermarci in una locanda dove non capiscono la nostra lingua, tantomeno l’inglese, dove ordinare qualcosa a caso e assaggiare i veri piatti della tradizione e non solo quelli proposti ai turisti…amiamo attraversare campagne e passi di montagna. Decidiamo quindi di non acquistare la vignetta e di impostare il navigatore su ” evita pedaggi” ed “evita autostrade”.
Come prima tappa raggiungiamo Pirano, graziosissima cittadina sul mare.
La vista del suo bellissimo campanile, copia di quello di San Marco a Venezia, ci accompagnerà durante tutta la nostra passeggiata.

Piran

Proviamo, poi, a cercare un parcheggio per fare due passi nella famosa Portorose, ma senza successo. Ci accontentiamo di guardare fuori dal finestrino le vetrine dei negozi, i lussuosi alberghi e i casinò.
Per la notte non fatichiamo a trovare un posto tranquillo e panoramico sul golfo, sempre utilizzando le comode app per il campeggio libero.
Per evitare fastidiosi contrattempi, come successo più volte in passato, decidiamo di acquistare online con un giorno di anticipo i biglietti per le vicine grotte di Postumia e, visto che non ci siamo ancora fatti un regalo di Natale, decidiamo di combinarlo con l’ingresso al castello di Predjama: totale € 77,00. Non proprio economico, pensiamo, ma ne rimarremo completamente soddisfatti il giorno seguente…sono veramente posti incantevoli!

Postojnska jama

Non possiamo non fermarci a Ljublijana, che ci ricordiamo ancora molto bene dalla nostra ultima visita e dove riusciamo ad orientarci a memoria e a trovare un comodo parcheggio.
La visitiamo così anche durante i mercatini di Natale (la prima volta era stata in primavera) e la ritroviamo sempre molto piacevole.
Da qui alla prossima tappa faremo un po’ fatica a trovare un posto tranquillo dove dormire e dobbiamo accontentarci di fermarci in un parcheggio e cercare di dormire qualche ora.
Soprattutto avvicinandosi a Bled, infatti, sembra quasi impossibile trovare un’area camper o un campeggio, perlomeno che sia aperto durante il periodo invernale.
Scegliamo, come sempre, la strada che più ci ispira “a pelle” tra le alternative proposte dal navigatore, di solito è la più tortuosa e quella che sembra più panoramica.
Attraversiamo, così, bellissimi boschi e visitiamo piccole chiesette isolate, di quelle che vedi già da lontano mentre guidi e non riesci a resistere alla tentazione di fermarti a fare qualche foto.
In questi posti apparentemente isolati capita spesso di fermarsi per primi e di ritrovarsi dopo qualche decina di minuti circondati da altri turisti come noi attratti dallo stesso panorama, ma anche dalle altre macchine parcheggiate…la gente attira altra gente, si sa!

Bled

Raggiungiamo così Bled, con tutta una serie di difficoltà nel trovare parcheggio…anche in inverno questo posto è gettonatissimo e molto trafficato! Non esistono parcheggi che non siano privati (o almeno noi non ne abbiamo trovati) e l’unico campeggio presente sul lago è chiuso in questo periodo.
Il panorama del lago con il suo isolotto e il castello arroccato in cima alla roccia è comunque meraviglioso.
Ripartiamo poi verso Tolmino costeggiando il Parco Nazionale del Tricorno, attraversiamo una piccola località sciistica e non resistiamo a provare le nuove gomme da neve ricevute in regalo a Natale!
Arriviamo così ad intercettare il corso del fiume Isonzo, testimone di numerose battaglie, con quel suo colore di un azzurro quasi surreale.
Il suo corso ci accompagnerà fino in Italia.
Non prima, però, di aver passato una splendida notte tra la tranquillità di queste montagne, lontano dalle luci delle città e, come spesso ci accade da quando viaggiamo con un van, guardando per ore un meraviglioso e freddo cielo stellato.
Tornando verso il confine ci fermiamo per una breve escursione alla Slap Boka, la più imponente cascata slovena e una delle più maestose d’Europa.
Purtroppo in inverno la portata d’acqua è piuttosto scarsa, ma lo spettacolo è comunque assicurato.
Come da tradizione, ci fermiamo poi a riempire il van di prodotti tipici locali per poi farci accompagnare dall’Isonzo fino in Italia, dove ci aspetta una toccante visita al sacrario militare di Redipuglia…

Prendo la macchina e vado…in Andalusia!

Eccoci qua! Finalmente pronti per raccontarvi di un bellissimo viaggio “on the road” in Andalusia, passando per Francia e Spagna, continuando un’esplorazione iniziata qualche anno fa.

Malaga

Un viaggio pianificato, ma libero, vissuto alla giornata, senza prenotazioni o vincoli, con tutti gli imprevisti del caso, ma anche con tutte le sorprese che può offrire un’avventura di questo genere.
Due persone (Io e Claudio), una Peugeot che arranca in salita (si, come quella di Max Pezzali!), 18 giorni di viaggio, 6544 km guidati, 248 km a piedi.

Abbiamo attraversato montagne come le Alpi, i Pirenei e la Sierra Nevada…abbiamo fatto il bagno nell’Oceano Atlantico, ma anche in strani laghi rosa…abbiamo visitato città importanti, ma anche paesini sconosciuti…
abbiamo dovuto saltare con dispiacere alcune tappe, ma abbiamo fatto nuove piacevoli scoperte.

Vejer de la Frontera

Abbiamo dormito alcune notti in letti comodi, altre in tenda, altre in macchina, ma con una stupenda vista sul mare.
Abbiamo sofferto un po’ di caldo, ma anche un po’ di freddo…abbiamo conosciuto gente, tradizioni e assaggiato piatti nuovi.

Mercato di Saragozza

Abbiamo incontrato solo spagnoli sorridenti ed educati, anche se il massimo dell’educazione stradale lo abbiamo riscontrato nei francesi (solo quella stradale, sul resto c’è ancora da lavorare!).
Non abbiamo mai (e dico mai!) avvertito una sensazione di timore girando per le strade anche a tarda notte, neanche quando scendevo da sola per vedere se c’era parcheggio in fondo alla via o andavo a piedi a fare il check-in in qualche alloggio appena in tempo prima di essere fuori tempo massimo, mentre Claudio girava per cercare parcheggio.

Qualche volta abbiamo avuto timore per la nostra macchina in quanto, soprattutto nei paesi più piccoli e caratteristici, a causa di strade strette (talmente strette che a volte ci chiedevamo se davvero fossero strade aperte al traffico), marciapiedi alti e pendenze improponibili (anche del 25%), non vedevamo una (e dico una!) macchina in buone condizioni..o quando ci siamo trovati sotto i 64mila fuochi d’artificio di Elche..ma la piccola Peugeot che arranca in salita è comunque riuscita ad uscirne indenne.

Frigiliana

Non sappiamo ancora, invece, se ne siamo usciti indenni anche in fatto di multe: sì perché i navigatori a volte sembrano davvero essere impostati per arricchire le tasche dei comuni.
Soprattutto in territori stranieri, dove già i cartelli sono diversi dai nostri, dove già si fa fatica magari a capire il limite di velocità, ci si mettono pure i navigatori.
Non bastano quattro occhi per evitare sensi vietati, zone pedonali o corsie riservate a taxi e autobus, e così quando lui dice:”girare a destra”, tu giri e ti ritrovi in pieno centro storico, con gente che cammina tra i negozi e i tavolini dei bar e la domanda che ci si pone è :” ma non è che c’era un divieto d’accesso?” Credo che lo scopriremo solo tra qualche mese…

Tarifa

Siamo stati sfiorati e a volte ci siamo trovati faccia a faccia con calamità naturali come terremoti, incendi e inondazioni, ma ne siamo usciti indenni, abbiamo visto tantissimi incidenti stradali più o meno gravi, abbiamo soccorso un francese ribaltato a bordo strada, fortunatamente in buono stato (il francese..della sua auto non si può dire lo stesso).
Siamo stati fortunati con il meteo, soprattutto perché, essendo agosto, non abbiamo mai trovato le alte temperature che ci erano state “raccontate”: abbiamo superato i 40° solo nel deserto di Tabernas e li abbiamo sfiorati solo a Siviglia, per il resto siamo sempre stati accompagnati da un bel venticello fresco che rendeva sopportabili anche le temperature diurne.

Deserto di Tabernas

Abbiamo mangiato tapas e bevuto birra a tutte le ore del giorno, soprattutto dopo aver scoperto i prezzi davvero bassi applicati fuori dai grandi centri turistici (non che fossero alti neanche lì rispetto alla media italiana, ma sicuramente raddoppiavano rispetto alla media spagnola).
Quello che ci ha stupito di più è stata in particolare la dimensione delle tapas che in alcuni casi raggiungeva quelle di un piatto normale (non oso nemmeno pensare quanto potessero essere grandi le 1/2 raciones o addirittura le raciones!) e il prezzo della birra (la metà di un caffè o di una bottiglietta d’acqua).


Ma veniamo all’itinerario: vi racconteremo i dettagli di ogni singola tappa nei prossimi post.
Stay tuned!

Autunno: tempo di Oktoberfest!

Proprio in questi giorni a Monaco di Baviera si è conclusa una festa tradizionale conosciuta in tutto il mondo: l’Oktoberfest!

Forse non lo sapevate ma, contrariamente a quanto può far pensare il suo nome, “la festa di Ottobre” inizia a settembre per finire il primo weekend di ottobre.
È una tradizione che inizialmente non aveva nulla a che fare con la birra, ma era nata nel 1810 per festeggiare le nozze tra il principe Ludwig e la principessa Teresa di Sassonia (non a caso l’area dove si svolge la festa si chiama tutt’oggi Theresienwiese).

Negli anni successivi si continuò a celebrare l’anniversario delle nozze, ma solo dopo alcuni decenni i maggiori produttori locali decisero di montare i propri tendoni nel grande prato (Wiese) riservato per l’occasione, servendo la cosiddetta märzen: una birra che, come dice il nome, viene prodotta nel mese di marzo,  più forte e ambrata delle classiche lager per essere in grado di resistere ai mesi estivi.
Da allora il protagonista indiscusso dell’Oktoberfest è il Maß, il classico boccale di birra da un litro. Qui si ordina un litro alla volta e le famose cameriere vestite in abiti tipici bavaresi sono in grado di portare anche dieci boccali insieme (anche se non sono sempre così giovani e avvenenti come vi vogliono far pensare!).

Noi, che oltre ad amare il vagabondaggio in auto per l’Europa, amiamo molto questi eventi tradizionali e festaioli (non è necessariamente un discorso legato alla birra), quest’anno ci siamo andati per il weekend di apertura tornandoci per la nostra terza volta. La prima volta è stata nel 2011, anno in cui ho comprato il mio amato cappello che indosso ad ogni edizione perché, diciamoci la verità, dopo il primo litro di birra non nota più nessuno la scritta “Oktoberfest 2011”,  anzi la gente continua comunque a fermarmi per chiedermi dove l’ho comprato.

Allora eravamo un gruppo di sei amici che volevano andare in Germania con l’idea di dormire su un furgone, ma che, dopo un misunderstanding con l’agenzia di noleggio, furono costretti a partire con due macchine e dormire in un parcheggio a pagamento.
Nel 2017 con gli stessi amici riuscimmo ad organizzarci un po’ meglio noleggiando un camper, ma scoprii molto presto di soffrire terribilmente il viaggio su questo mezzo, che si rivelò un vero e proprio incubo (oltre al fatto che tra noleggio e carburante i costi non furono poi così convenienti).

L’Oktoberfest 2018 invece è stata una vera sorpresa!
Innanzitutto non eravamo organizzati, mi era balenata l’idea all’inizio di settembre, ma poi l’avevo abbandonata perché avevo paura fosse troppo tardi per proporlo.
Poi la settimana prima ecco arrivare la proposta di alcuni amici, tempo di organizzarsi, tempo di capire chi sarebbe venuto, chi non sarebbe più venuto e da sette siamo rimasti in tre (e adesso che mi avete illuso, mi ci portate!).
Il sabato mattina all’alba siamo partiti da casa, abbiamo prenotato un piazzola in uno dei numerosi camping/area camper che aprono appositamente in questo periodo offrendo la soluzione più economica per visitare Monaco durante l’Oktoberfest, abbiamo buttato tenda e sacchi a pelo in macchina e abbiamo speso poco più di 15€ a testa per la notte.
Non siamo purtroppo riusciti ad arrivare in tempo per la tradizionale apertura, quando il sindaco alle ore 12 in punto “stappa” il primo barile dando inizio ufficialmente alla festa, ma in ogni caso non credo saremmo riusciti a vederlo data la ressa di gente presente il primo giorno.

Alla mia terza volta qui non ho ancora imparato nulla: non esiste speranza nei weekend di riuscire ad entrare negli stand!
Siamo riusciti solo una volta, entrando la mattina presto, ma comunque non è stato possibile sedersi in quanto i posti erano stati tutti precedentemente prenotati: così anche quest’anno abbiamo fatto due inutili ore di fila nella speranza di un posticino (senza successo ovviamente), guardando entrare solo gente che si faceva largo tra la folla tenendo ben in vista il braccialetto rosso legato al polso che indicava l’ingresso riservato.

Il consiglio quindi lo scrivo qui, così magari la prossima volta, rileggendolo, me ne ricorderò: bisogna dirigersi immediatamente ai tavoli all’aperto dei singoli birrifici, trovare un posticino a sedere, fare amicizia e ordinare da bere.
Sì perché, nonostante sia un luogo di “perdizione”, dove il 101% delle persone presenti ha ben più di un litro di birra in corpo, la sicurezza è la tipica degli standard tedeschi: controlli all’ingresso dell’area, controlli all’ingresso di ogni singolo birrificio, la birra non viene servita se non si è seduti ad un tavolo e non si può circolare all’esterno con i boccali in mano (anche perché una volta finito il contenuto devono essere restituiti ).

E così bisogna farsi un po’ di coraggio, lasciare da parte inutili timidezze, avvicinarsi ad un tavolo e chiedere se si possono stringere un po’.
Ovviamente essendo solo in tre questa operazione è risultata molto semplice, ma con un gruppo numeroso le cose si complicano e potrebbe essere necessario aspettare parecchio.
Il vantaggio di essere in pochi comunque non è solo questo, il gruppo numeroso spesso tende a “fare gruppo” perdendo grandi occasioni per interagire con altre persone.

All’inizio di questo post ho scritto che il nostro entusiasmo per questa festa non è necessariamente legato alla birra, ed è vero! La cosa migliore dell’Oktoberfest è fare amicizia, conoscere persone di diverse culture (è frequentato da gente proveniente da tutto il mondo), è provare ad esprimersi lasciando da parte la timidezza (in questo l’effetto della birra da il suo prezioso contributo).
È bello sapere cosa conoscono di noi dall’altra parte del mondo e cosa ne pensano: una ragazza di Tokio ci ha raccontato di essere rimasta affascinata dalla sua prima volta in Italia, una brasiliana ha accusato la nostra cucina di essere la causa del suo sovrappeso, abbiamo implorato dei tedeschi di mettere gli spaghetti nella pentola solo dopo aver portato l’acqua ad ebollizione (vi prego!)…una ragazza australiana mi ha dato il suo contatto dicendomi di chiamarla se volessi organizzare un viaggio da quelle parti…abbiamo cantato, ballato in piedi sulle panche con gente appena conosciuta..un giovane tedesco ha dedicato al cugino di Claudio una splendida esibizione di Ti Amo di Umberto Tozzi…e poi gli italiani: quando ci incontriamo all’estero sembra sempre di incontrare vecchi amici che non si vedono da una vita!

Tutto questo è l’Oktoberfest: gente di culture e lingue diverse che condivide dei momenti di allegria per fuggire un po’ da quello stress quotidiano che ci accomuna tutti quanti.
E quando a mezzanotte la festa finisce, torni in campeggio nella tua tenda, ti sistemi in un caldo sacco a pelo e inizia a piovere…e sai che non riuscirai a rimandare il bagno per molto…allora  lì (e solo lì) rimpiangi di avere bevuto quella birra in più!

Ripercorrendo la storia

Dopo la Grande Guerra, a partire dagli anni ’20, la Francia decise di creare un sistema di opere militari a difesa dei suoi confini: la linea Maginot.

L’Alsazia, da poco annessa al territorio francese, fu uno dei territori interessati in quanto priva di ostacoli naturali che impedissero un’avanzata tedesca.
Oggi tutto ciò che rimane è in parte zona militare, in parte adibita a museo e in parte abbandonata.
Quest’ ultima si può visitare liberamente se si ha voglia di cercare e di camminare un po’ tra i campi o le piccole radure; come durante il secolo scorso, infatti, sono ancora ben nascoste.

Noi ne abbiamo trovate due, la prima ben visibile da una strada tra le campagne, e la seconda, soltanto salendo sulla postazione di fuoco della prima.
Siamo riusciti ad entrare solo in una delle due, in quanto tutti gli ingressi dell’altra erano chiusi con delle cancellate.

Negli anni le costruzioni abbandonate sono state svuotate e saccheggiate completamente, in alcuni casi sono state utilizzate come depositi dai contadini della zona e i writers si sono sbizzarriti a decorarne gli interni.
Facendo attenzione a non ferirsi con le lamiere, che credo fossero state messe inizialmente per impedire l’ingresso, se ne può ancora ammirare la struttura, la composizione dei locali e, dall’esterno, salendo sulla collina che lo ricopre, guardare da vicino quella che fu la postazione di fuoco.

Dall’alto, infatti, è l’unica cosa visibile, in quanto tutta la struttura si trova completamente ricoperta da una verde e rigogliosa vegetazione, che rende stranamente pacifiche quelle che un tempo furono postazioni di guerra.

La regina dell’Alsazia

Pensando all’Alsazia la prima immagine che viene in mente è quella della cicogna, simbolo indiscusso di questa regione.

In ogni negozio di souvernirs troverete cartoline con cicogne, calamite con cicogne, pupazzi e pupazzetti a forma di cicogna…ma, devo dire la verità, avevo in ogni caso sottovalutato la cosa.
Me ne sono resa conto non appena scesa dall’ auto a Kaysersberg, il primo paese in cui ci siamo fermati lungo la Route des Vins d’Alsace, quando una grande ombra è passata proprio sopra di noi.
Non avevo mai visto prima questo animale meraviglioso e personalmente non immaginavo nemmeno potesse raggiungere quelle dimensioni (quasi due metri di apertura alare!).

Per tutta la durata del nostro soggiorno siamo stati accompagnati dalla presenza costante di questi uccelli: è facile vederli volare sopra le case e ammirare gli enormi nidi, dove le coppie accudiscono i loro piccoli.
Le abbiamo viste in volo sui piccoli borghi e a passeggio nei campi coltivati, ma sono presenti anche in grandi città come Strasburgo.
Al Parc de l’Orangerie, infatti, si possono ammirare decine di nidi adagiati sui grossi rami degli alberi e sui tetti delle piccole costruzioni ed è una sensazione bellissima sedersi ad ascoltare le loro intense “conversazioni”.

Qui, nel piccolo zoo del parco, c’è una gabbia con alcune cicogne; ci siamo fermati a leggere quanto descritto sul cartello informativo, in quanto sembrava un po’ strano vedere cicogne libere a fianco di altre chiuse in gabbia, e pare che sia un centro di reinserimento che, insieme a quello di Hunawihr ha contribuito, e contribuisce ancora, a mantenere numerosa la popolazione di questi eleganti animali.
Sempre associate al buon auspicio e considerate portatrici di nuova vita, spero che continuino a rimanere in questi splendidi luoghi di cui sono le regine indiscusse.

Lungo la Route des Vins d’Alsace

La via dei vini d’Alsazia è un suggestivo percorso tutto da guidare che si snoda per circa 170 km tra infinite distese di vigneti da Marlenheim a Thann.
Vi ho già raccontato i dettagli del nostro viaggio e ho già parlato della sua cittadina più famosa, ora vorrei raccontarvi di due borghi in particolare da cui sono rimasta affascinata: Kaysersberg e Riquewihr.

Kaysersberg è stato, per una pura casualità, il primo borgo che abbiamo visitato lungo la Route des Vins d’Alsace.
Attraversata dal fiume Weiss, si presenta come una cittadina molto tranquilla frequentata da poca gente, che ci ha permesso di perderci tra gli stretti vicoli colorati e goderci una rilassante passeggiata tra le vigne.
Qui ho visto le prime cicogne della mia vita, realizzando di aver sottovalutato il fatto che il simbolo di questa regione fosse proprio questo maestoso animale.
Avendolo visitato in primavera, il paese era abbellito da magnifici vasi di fiori colorati ad ogni angolo della strada e su ogni balcone delle, già di per sè, coloratissime case a graticcio.

Uscendo dal paese lo sguardo viene catturato dai resti dell’antico Château de Kaysersberg che domina sui terreni circostanti.
Normalmente è raggiungibile per mezzo di una scalinata che, al momento della nostra visita, era chiusa e abbiamo quindi dovuto fare un giro largo attraversando i vigneti e godendo di bellissimi scorci fotografici.
Raggiunte le rovine del castello abbiamo piacevolmente scoperto che, quel che ne resta, è aperto al pubblico e che si può salire liberamente sulla stretta scala a chiocciola fino alla cima della torre, da cui si gode di una splendida vista sul borgo e su tutto ciò che lo circonda.

Ci siamo presi del tempo per ammirare il panorama da ogni angolazione e per passeggiare ancora un po’ tra i vigneti.

A poco meno di 10 km da Kaysersberg troviamo Riquewihr, in assoluto la più bella cittadina che abbiamo incontrato lungo la strada, molto turistica e molto ben tenuta.

Qui le case non sono dipinte di colori pastello, ma di tonalità accese come il giallo, l’arancio o il blu, che creano forti contrasti di colore nelle centinaia di foto scattate dai numerosi turisti.
Lungo la via principale vi verranno offerti assaggi di ogni genere di prodotto: dai biscottini al famoso fois gras, tipico di questa zona.

Ci si rende subito conto di quanto il periodo natalizio sia importante per il turismo di questi paesi dai numerosi richiami al Natale che si trovano in ogni periodo dell’anno: primo fra tutti Kathe Wolfart, negozio che avevo già avuto modo di visitare tempo fa durante un viaggio in Germania…impossibile non entrarci!
Avete presente il paese dei balocchi? Ecco, entrare qui è un po’ così, ci sono addobbi di ogni genere, alberi di Natale enormi e…niente, una presenza accanto a me mi ricorda che è primavera e non siamo venuti fin qui per vedere per l’ennesima volta un negozio di “roba di Natale”…uff…continuiamo la nostra visita all’interno dei bastioni, lasciamo la frequentatissima via principale per perderci tra le strette viuzze.

Anche qui le facciate delle case sono molto curate, sembra sia stato tutto appena ristrutturato, i colori sono accesi e brillanti, ogni addobbo, ogni vaso è ben posizionato e curato ed enormi piante di glicine in fiore incorniciano porte e finestre di splendide casette.
Riquewihr è veramente incantevole ed assolutamente un paese da non perdere durante una visita in Alsazia.

Colmar, un gioiello dai colori pastello

Tra tutti i borghi incontrati sulla Route des Vins d’Alsace, Colmar è sicuramente il più famoso.

È una cittadina piuttosto grande, ma quello che la rende famosa è il suo centro storico che potrete visitare tranquillamente a piedi grazie alle numerose zone pedonali di cui, purtroppo, non tutti i centri che abbiamo visitato disponevano.
È piuttosto semplice orientarsi tra i vicoli, tutte le attrazioni turistiche sono ben indicate dai cartelli, ed è possibile seguirle alla scoperta di ogni angolo nascosto della città.

Il quartiere più famoso è sicuramente quella della Petite Venise, un dedalo di pittoreschi canali navigabili con piccole barche, su cui si affacciano case a graticcio dai colori più disparati.
Tra i vicoli non è raro incontrare modelle vestite con abiti d’epoca intente a farsi fotografare in varie pose per chissà quale servizio fotografico.
Ogni angolo di Colmar rappresenta una cartolina perfetta, ovunque si giri lo sguardo si ha l’impressione di trovare sempre un’inquadratura migliore della precedente, finendo per ritrovarsi con decine e decine di foto scattate senza essere in grado di selezionare le più belle.

Al di fuori dal quartiere della Petite Venise il resto del centro storico vi regalerà un infinità di suggestivi e caratteristici scorci, con i suoi negozi, le sue chiese, le vie pedonali tappezzate di negozi di souvernirs e le immancabili case a graticcio dai mille colori.
Seguendo le indicazioni per la Maison des Tètes vi ritroverete davanti ad un edificio sulla cui facciata sono scolpite numerose teste di animali e di uomini con le più svariate espressioni.

Potete, poi, proseguire per il Museo dedicato a Monsieur Bartholdi, il cittadino di Colmar conosciuto nel mondo per aver realizzato la Statua della Libertà; pare che ce ne sia una copia di dimensioni ridotte da qualche parte in città ma, purtroppo, non abbiamo avuto modo di incrociarla durante la nostra visita; così come ci é stato impossibile visitare il Marchè Couvert in quanto il lunedì, giorno in cui abbiamo visitato la città, è in generale il giorno di chiusura settimanale di gran parte delle attività commerciali. All’infuori delle vie centrali, infatti, siamo stati un po’ sfortunati sia per l’acquisto di qualche piccolo souvernir sia per riuscire a trovare qualche locale che ci sfamasse: a differenza dell’Italia qui, purtroppo o per fortuna, la domenica è difficile trovare un negozio aperto, e il lunedì, come già detto, è giorno di chiusura, se poi ci mettiamo che martedì era festivo e che perfino molti ristoranti del centro erano chiusi per il ponte, capite bene quanto sia stato difficile per noi anche solo mangiare un panino.


D’altronde, anche se la primavera è un bellissimo periodo per visitare Colmar, con le facciate delle case abbellite da coloratissimi fiori, non è di certo un periodo di alta stagione per il turismo che raggiunge il suo picco massimo nel mese di dicembre, quando lo spirito del Natale avvolge tutta la città rendendola ancora più magica; sicuramente un’esperienza da provare in futuro…

Strasbourg by night

Una passeggiata dopo il tramonto per le vie della Grande Île vale da sola il viaggio fino a Strasburgo.
Quando la città si illumina delle luci della sera assume un aspetto magico e ciò che di giorno non sembrava quasi degno di nota improvvisamente diventa un soggetto perfetto per una bellissima foto.

Fortunatamente l’ottima posizione dell’appartamento che abbiamo affittato e le piacevoli temperature primaverili ci hanno permesso di fare delle rilassanti camminate senza dover utilizzare la macchina.
Il consiglio è quello di girare senza meta alla scoperta di ogni angolo nascosto, fermarsi a mangiare qualcosa di tipico seduti ad uno dei numerosi tavolini all’aperto e guardare la gente.
Mi piace molto guardare le persone quando sono in giro e cercare di capire già da lontano da dove provengano.

Siamo tutti molto riconoscibili dai tratti somatici al modo di vestire, di muoversi, di gesticolare…ma soprattutto si riconosce il viaggiatore: è colui che si avvicina a te, senza problemi, anche se parla solo turco o cinese, anche se normalmente non vi capireste mai, e che a gesti ti chiede “tu che sei italiano (perché si vede, sempre e da lontano), come hai fatto a noleggiare la bicicletta?”, è quello con la fotocamera a cui ti avvicini come se lo conoscessi da sempre dicendo “ehi bella inquadratura, posso mettermi qui con te?” mentre ti piazzi con il tuo cavalletto per una buona mezz’ora a fotografare con lui le splendide luci colorate dei Ponts Couverts e del Barrage Vauban riflesse sull’acqua, in assoluto la zona più spettacolare alle luci della sera.

Bellissima è anche la sensazione che si prova passeggiando per i vicoli ed i ponti che attraversano i canali della vicina Petite France che, la sera tardi, si libera finalmente dai turisti che l’hanno affollata per tutto il giorno, diventando silenziosa e pacifica, e nella tiepida brezza che la attraversa si possono sentire tutti i profumi della primavera.

La piazza della cattedrale, poi, che per me è stata qualcosa di ipnotico, forse la sera diventa ancora più bella…tanto bella da non voler rientrare per andare a dormire, finché qualcuno non mi ha fatto carinamente notare che era ora di andare e che l’indomani avremmo dovuto alzarci presto e fare altri chilometri alla scoperta di questa fiabesca regione.

Strasburgo, una città a misura di bicicletta

Scelta come base per la nostra visita alsaziana, la “capitale” della regione si è per noi rivelata una vera sorpresa e, avendo a disposizione la più fitta rete di piste ciclabili di Francia, non potevamo che visitarla in bicicletta!
Noleggiarne una è stato semplicissimo: è bastato scaricare l’app di Velhop, la società che gestisce il più grande servizio di noleggio di tutta la città, per vedere la disponibilità nei vari depositi e farci guidare sulla mappa a quello più vicino.
Abbiamo preferito evitare i noleggi automatici e rivolgerci direttamente ad uno degli store con servizio al pubblico, dove un addetto ci ha mostrato i vari modelli a disposizione, da quello per bambini a quello elettrico e persino il tandem, tutti completamente accessoriati con numero di riconoscimento ( ce ne sono migliaia uguali in tutta la città), campanello, cestino e lucchetto.
Abbiamo optato per due classiche biciclette verdi, al prezzo di sei euro al giorno dietro deposito di una cauzione, e siamo partiti…

La visita della città su due ruote è stata veramente molto piacevole: è permesso il transito ovunque, facendo comunque attenzione nei quartieri più affollati come quello della Petite France, dove abbiamo preferito spingerle a mano, onde evitare di travolgere qualche turista che, come noi, rapito dagli incantevoli vicoli, cercasse distrattamente di cogliere qualche fugace e suggestivo scatto.

Chi, come noi, ha intenzione di raggiungere Strasburgo in auto deve considerare che gran parte dei parcheggi sono a pagamento e con tariffe esorbitanti: 35€ per una sosta di quattro ore, escluse notti, domeniche e festivi. Conviene quindi organizzarsi per tempo magari cercando un alloggio che abbia disponibilità di un parcheggio privato.

Il cuore di Strasburgo, la Grande Île, si sviluppa intorno alla splendida cattedrale gotica di Notre-Dame de Strasbourg a cui è difficile togliere gli occhi di dosso: la facciata in arenaria rossa si staglia sui quartieri circostanti in tutta la sua imponenza, raggiungendo i 142 metri di altezza, con la sua unica torre campanaria che la rende piacevolmente asimmetrica.

Sfortunatamente, non siamo riusciti nemmeno a varcarne la soglia e nemmeno a visitare il famoso orologio astronomico o salire sulla balconata panoramica. Siamo tornati più volte ma la sfortuna si è accanita contro di noi (prima la Funzione, poi la coda chilometrica ed infine la chiusura straordinaria per il I maggio), ma possiamo ritenerci soddisfatti per averla ammirata alla luce delle diverse ore della giornata.

Distolta l’attenzione dalla cattedrale, ci siamo inoltrati in quello che è forse il quartiere più famoso della città, la Petite France, caratterizzato dalle tipiche case a graticcio che si affacciano lungo i canali formati dal fiume Ill.                        Il quartiere si riconosce da lontano per il grande affollamento di gente che rende impossibile attraversarlo in sella ad una bicicletta.
All’estremità della Petite France abbiamo raggiunto quella che ho ribattezzato “una cartolina da Strasburgo”: i Ponts Couverts. Si tratta di una serie di ponti sormontati da quattro bastioni che si riflettono sull’acqua creando un effetto speculare molto suggestivo che si può  ammirare al meglio salendo sul vicino Barrage Vauban, anch’esso molto caratteristico soprattutto alle luci della sera.

Approfittando della bella giornata e delle nostre comode biciclette abbiamo poi raggiunto il Parc de l’Orangerie per un pic-nic all’aperto e per ammirare le numerose coppie di cicogne che qui vi nidificano.

All’ interno del parco è presente anche un piccolo zoo gratuito, fonte di svago per i numerosi bambini che affollano questa zona verde della città, ma che non può non lasciarvi con un pizzico di amarezza, soprattutto per chi, come noi, preferisce ammirare gli animali liberi nel loro habitat naturale.

Non lontano dal parco si trova il moderno ed architettonico quartiere dedicato alle Istituzioni Europee, nonchè sede del Parlamento Europeo, che potrete ammirare in tutta la sua bellezza dalle numerose piste ciclabili che si snodano costeggiando il fiume o, da una ben più suggestiva, gita in battello.

Alsazia…tra vigneti, cicogne e casette colorate

L’ Alsazia, quella piccola regione conosciuta sui libri di storia, insieme alla vicina Lorena, a lungo contesa tra Francia e Germania, ad oggi, più che francese, può essere semplicemente definita Europea.
Una regione talmente piccola da non meritare nemmeno una guida turistica dedicata, ma solo qualche pagina sulle guide generiche sulla Francia; ho cercato in tutte le librerie di Milano e online per scoprire che forse ne esiste una in francese ma, in italiano, ci dobbiamo accontentare di mettere insieme qualche informazione trovata qua e là.

Brevemente l`Alsazia si può riassumere in tre parole: vigneti, cicogne e casette a graticcio.
L`abbiamo girata piuttosto bene, percorrendo quasi 1500 km in quattro giorni in auto, una buona dose di km in bicicletta e altrettanti sulle nostre gambe.
Partiti da casa, avendo preventivamente acquistato il bollino per le autostrade svizzere, ci siamo lasciati guidare dal navigatore fino a Basilea.
La traversata della Svizzera ha richiesto poco più di 3 ore e il paesaggio che si attraversa vale davvero il viaggio: l’autostrada si snoda in mezzo ad alte montagne dove, ad ogni angolo si ammirano bellissime cascate, lunghe gallerie, come quella del San Gottardo, talmente lunga (circa 17km) da avere al suo interno quasi 14 gradi di differenza rispetto all’esterno (entrati a 14°, la temperatura ha toccato oltre 27°!), abbiamo poi costeggiato per un tratto il lago dei quattro cantoni con il suo suggestivo paesaggio riflesso sull’acqua per poi attraversare il Reno sul ponte dei tre paesi, posto sul confine tra Svizzera, Francia e Germania.

Da questo punto in poi abbiamo abbandonato le autostrade per perderci tra distese di campi di colza in fiore, di un giallo abbagliante, e raggiungere la Route des vins d’Alsace, dove il paesaggio viene sostituito da distese di vigneti a perdita d’occhio intervallati da piccole cittadine dall’aspetto fiabesco, con le tipiche casette a graticcio di ogni sfumatura di colore o, come ho definito durante il viaggio, di un bel punto di blu, di rosa, di verde…solo per giustificare l’ennesimo scatto.

Abbiamo percorso la Via dei Vini quasi nella sua interezza, attraversando i paesi più conosciuti, come la famosa Colmar, Kaysersberg con il suo castello, la turistica Riquewhir, Ribeauvillè, Obernai e altri meno caratteristici ma pur sempre meritevoli di una sosta, come Bergheim, Selestat, Dambach la ville, Mittelbergheim, passando per il castello di Haut Koeningsburg da cui si gode di una splendida vista sui vigneti circostanti, per poi concludere facendoci stupire dall’ incantevole Strasburgo: una città a misura di bicicletta con la più grande rete di piste ciclabili di Francia, i suoi canali, i parchi, il Parlamento Europeo, l’imponente cattedrale e il riflesso delle luci sull’acqua da ammirare passeggiando nel quartiere della Petite France in una piacevole serata primaverile.

Ci siamo inoltrati anche nei campi, a piedi, alla scoperta dei resti dei bunker della linea Maginot, siamo stati ad un mercatino delle pulci frequentato da tedeschi e francesi dove la presenza di due turisti italiani risultava alquanto insolita, siamo saliti sui Vosgi seguendo le indicazioni per un fantomatico “marchè popupulaire” per poi accorgerci di aver sbagliato l’accento e trovarci ad un raduno di escursionisti di ritorno da una camminata in montagna.
Abbiamo assaggiato macarons, gugelhupf, pan d’epice, fois gras e tarte flambèe, abbiamo bevuto calici di ottimo Riesling e Gewurztraminer, ci siamo rilassati e, in tutto ciò, siamo sempre stati accompagnati da maestose cicogne, le vere guardiane di questi splendidi luoghi.